Siamo in presenza negli US di una sorta di neo-luddismo nei riguardi dell’AI? È la suggestiva tesi di Edward Luce, “chief US commentator” di FT, apparsa nel suo articolo del 18 agosto “AI phobia is America’s new consensus”, che osserva come nessuna società sia stata probabilmente nella storia così “pro-technology” come quella statunitense, ma come l’AIcon le pesanti ricadute sui territori dei suoi sempre più giganteschi data center (inquinamento, maggiori costi dell’energia elettrica, minore disponibilità di risorse idriche, ecc.) e gli squilibri nel sistema finanziario che la loro costruzione genera,con i temuti impatti occupazionali,con i rischi che essa comporta se non gestita con le adeguate difese,stia facendo nascere negli US una sorta di rivolta popolare nei suoi confronti, con implicazioni politiche – in prossimità delle elezioni di “mid-term” – di non piccolo rilievo.Indice degli argomenti

Cosa dicono i datiData center e opposizioniL’atteggiamento delle big techIl ruolo dei politiciLe reali dimensioni dello scontro sui data centerGli scenari futuriCosa dicono i datiA sostegno della sua tesi Luce richiama alcuni risultati del sondaggio Gallup 2026 sull’AI appena pubblicatioltre il 70 per cento della popolazione statunitense è contrario alla costruzione di data center nella propria area, per i possibili riflessi come detto sulle disponibilità e i costi di elettricità e acqua;quasi i tre quarti non crede che le imprese implicate nell’AI ne facciano un uso responsabile;l’80 per cento o più non ha fiducia nell’uso dell’AI per il self-driving, nell’accesso ad essa per i consigli di natura medica (i livelli di consultazione risultano peraltro da altre indagini tutt’altro che piccoli) e nel ricorso ad essa per la selezione del personale da assumere nelle imprese.E – aggiungo io – una conferma viene dal recentissimo sondaggio di Heatmap Pro: “75% of Americans Now Oppose Local Data Center Development – The U.S. public’s support for AI data centers has continued to collapse since the spring” (19 agosto). E i risultati degli altrettanto recenti sondaggi del PewResearchCenter (alcuni dei quali riportati nella Fig. 1), seppur non finalizzati a rispondere alle stesse domande, confermano i trend di fondo.Fig. 1 – I risultati di alcuni recentissimi sondaggi del Pew Research Center su come gli “Americans” vedono l’AI, le sue potenzialità e le implicazioni più negative​Interessante infine notare, osserva ancora Luce, la “trasversalità politica” di questa sorta di rivolta popolare, che vede su posizioni paradossamente vicine la destra dei MAGA e la sinistra dei democratici socialisti. Una trasversalità che The New York Times aveva già sottolineato a inizio maggio in un suo articolo spiritosamente intitolato “‘The Most Bipartisan Issue Since Beer’: Opposition to Data Centers – Americans have soured on data centers, polls show, and the sentiment is profoundly bipartisan. How will that change our politics?”Data center e opposizioniFig.2 – Immagine tratta da “Why Big Tech’s AI Spending Is $3 Trillion Higher Than It Seems – Massive spending commitments for data-center leases and chips aren’t shown on companies’ balance sheets”, WSJ, 16 agosto 2026Fig. 3 – La crescita “esponenziale” delle spese in conto capitale – in prevalenza indirizzate alla messa a punta dei data center e delle eventuali strutture di servizio a essi connesse (quali le centrali elettriche a loro uso esclusivo) – delle​ hyperscalers statunitensi​L’enorme quantità di soldi che le hyperscalers hanno già impegnato per il futuro (Fig. 2), oltre a quelli (Fig. 3) già spesi negli anni recenti, insieme con l’effetto FOMO-Fear Of Missing Out, con la paura cioè che i concorrenti arrivino prima, sta provocando una corsa frenetica delle hyperscalers stesse amettere in gioco risorse di rilevanza consistente a sostegno delle collettività locali nelle aree ove esse vogliono costruire i nuovi data center e devono ottenere le autorizzazioni;cercare nuove modalità di interazione e confronto con la popolazione locale e tavoli di mediazione sui problemi.destinati via via a presentarsi,offrire garanzie sull’effetto di creazione di nuova occupazione – e non di distruzione di posti di lavoro – che i nuovi data center avranno.E non sono solo le hyperscalers a cercare una atmosfera più favorevole, ma anche imprese di rilevanza minore (quali le neo-cloud) e/o comunque interessate (nella veste ad esempio di fornitrici di beni e/o servizi) al procedere degli insediamenti.L’atteggiamento delle big techDue interessanti articoli di WSJ dei giorni scorsi hanno puntato ad approfondire questa questa tematica. Il primo – “Inside Big Tech’s Frantic Race to Quell the Growing Backlash to AI” (18 agosto) – ha sottolineato l’atteggiamento affatto nuovo di imprese, quali le Big Tech, abituate a fare affidamento su velocità, riservatezza e legami politici nell’ottenere l’approvazione a condizioni favorevoli dei loro progetti. Un atteggiamento indotto dal rapido cambio di scenario in corso, letteralmente da un “volcanic grassroots backlash that threatens the foundations of the AI boom”, ove il termine “volcanic grassroots backlash” utilizzato vuole sottolineareche si ha a che fare con “a sudden, incredibly intense, and widespread public outrage that originates from ordinary people rather than political leaders or organizations”, ovvero che non si ha che fare con una protesta gestita da leader o organizzazioni politiche, ma con una molto più pericolosa protesta spontanea che nasce dal basso.Il ruolo dei politiciIl secondo – “Politicians Who Once Championed Data Centers Are Now Bashing Them – State governors, including Greg Abbott and Josh Shapiro, are slowing development of the facilities as anger over AI spreads” (20 agosto) – ha spostato l’attenzione sul mondo politico, su come diversi esponenti di primo rilievo abbiano radicalmente cambiato le loro posizioni (almeno quelle ufficiali) per non perdere il favore dei loro elettori.È stato il caso del Governatore repubblicano del Texas Greg Abbott che, dopo aver dichiarato lo scorso novembre (in occasione dell’annuncio di un investimento di Google del valore di 40 miliardi di $) che il Texas era destinato a essere il futuro epicentro dello sviluppo dell’AI, si è vantato meno di un anno dopo di aver bloccato l’approvazione di ben 1.800 nuovi data center (del valore complessivo di diversi miliardi di $) per la preoccupazione di un loro uso eccessivo di elettricità e acqua, sollevando l’ira di Trump, che è stato ampiamente finanziato dalle hyperscalers nelle elezioni presidenziali e sta ottenendo da esse nuovi finanziamenti per quelle di mid term.Simile il voltafaccia del Governatore democratico della Pennsylvania Josh Shapiro, potenziale candidato alle prossime presidenziali, che ha recentemente firmato un ordine esecutivo – che permette allo Stato di bloccare la costruzione dei nuovi data center – dopo aver espresso pubblicamente grandi apprezzamenti nella scorsa estate per imprese come Amazon che avevano investito in Pennsylvania.Le reali dimensioni dello scontro sui data centerLa dimensione dello scontro sui data center è sovrastimata, come sostiene The Economist? O è arrivato il momento in cui “The US techlash is real”, come riafferma in una sua “opinion” l’Editorial board di FT? È una contrapposizione un po’ forzata quella che ho messo in luce nel sottotitolo, ma che vuole riflettere la diversa rilevanza data al tema che mi è sembrato di cogliere leggendo i due articoli.La dimensione dello scontro sui data center è un po’ falsata – sostiene The Economist (“The war on data centres is a bit fake – Developers are exaggerating their plans, just as politicians are overstating their opposition”, 19 agosto). – dal fatto cheda un lato molti dei progetti annunciati (al di là di quelli delle grandi imprese della Silicon Valley) non sembrano disporre delle risorse necessarie per il loro finanziamento e per larga parte di essi non sono mai state nemmeno richieste le indispensabili autorizzazioni,dall’altro c’è una notevole ipocrisia in molte delle posizioni ufficiali assunte degli esponenti politici, spesso poco in linea con i loro comportamenti reali.Siamo in un momento che potrebbe essere di forte cambiamento, il punto di vista dell’Editorial board di FT (“The US techlash is real – AI companies and social networks should respond to the shift in the public mood”, 21 agosto). Un momento in cui la quasi totale libertà di azione lasciata dall’inizio di questo secolo alle “tech companies”, che ha permesso loro di costruire i più grandi e profittevoli business della storia, si scontra – con il boom dell’AI – con una visione molto meno ottimistica (Fig. 1) su quelli che potrebbero essere i vantaggi che l’AI potrebbe apportare alla società (a quella statunitense in primo luogo).Gli scenari futuriE cosa accadrebbe se i neo-luddisti riuscissero nel loro intento di rallentare in misura sostanziale la costruzione negli US di nuovi data center, in particolare di quelli di dimensione maggiore? The Economist può aver ragione nel sostenere che la tesi della rivolta popolare contro i data center sia un po’ gonfiata, così come un eventuale ordine esecutivo di Trump (“Trump Defends AI Data Centers—Says Opposing Them Is A ‘Mistake’ And ‘Smart Ones’ Want Them”, Forbes, 24 agosto) potrebbe agevolare il decollo almeno dei progetti di data center in fase più avanzata di progettazione, finanziamento e autorizzazione.Ma non c’è dubbio che uno scenario diverso di forte rallentamento della costruzione di nuovi data center – facilitato dalla prossimità delle elezioni di mid term – potrebbe avere un impatto non piccolo, non solo sull’ecosistema AI, ma sull’andamento del PIL statunitense (sorretto negli ultimi anni dagli enormi investimenti nelle infrastrutture AI) e sull’equilibrio del sistema finanziario (che sta vivendo come detto una fase di grande crescita dell’indebitamento privato in un momento in cui il debito pubblico statunitense ha superato i 40 trilioni di $ e il $ sta perdendo peso come moneta sia di riserva sia di scambio).L’AI non ha ancora ottenuto quei risultati – in termini di produttività complessiva – che aveva promesso, ma la convinzione che essi fossero a portata di mano ha scatenato una serie di cambiamenti, nei meno di 4 anni passati dal lancio il 30 novembre 2022 di ChatGPT, che sarebbe molto difficile far rientrare senza “dolorose” conseguenze. Per brevità ne cito solo due:potrebbero cadere anche sensibilmente – rischiando di trascinare il resto della Borsa – i valori attribuiti alle hyperscalers, sia perché fortemente basati sulle aspettative dei risultati dei loro investimenti in infrastrutture AI (Alphabet.Google è passata dagli 1,3 trilioni del 30 novembre 2022 ai 4,2 della fine della settimana scorsa, Microsoft da 1,8 a 3,6, Amazon da 1 a 2,8, Meta da 0,9 a 1,4) sia per le conseguenze che i loro assetti finanziari potrebbero subire a causa della complessa ragnatela di impegni di fornitura e di indebitamenti evidenziata in Fig. 2;potrebbe avere un pesante tonfo Nvidia, il cui valore è passato da 400 miliardi di $ agli attuali 5,2 trilioni, a causa sia della caduta della domanda per i nuovi data center (anche se la domanda estera potrebbe almeno in parte compensare tale effetto), sia della ragnatela di accordi circolari (Fig. 4) ne rende l’assetto finanziario particolarmente fragile, ancor più di quanto visto per le hyperscalers.Fig 4C’è una risposta a eventuali successi dei neo-luddisti nel bloccare i nuovi data center? Elon Musk ne ha proposta una: mettere i data center nello spazio. È una proposta seria? Forse, ma non ho ancora visto serie valutazioni sulla economicità – oltre che ovviamente sulla fattibilità – di tale soluzione (che avrebbe il vantaggio di mantenere un controllo stretto dei dati invece che avvalersi di data center collocati nei Paesi più diversi).