Dalle proteste contro i data center negli Stati Uniti alle accuse di interferenza cinese, la crescita dell’AI si scontra con paure locali e sfiducia diffusa. Una frattura sociale che Pechino potrebbe sfruttare e che le Big Tech cercano di disinnescare

Che gli americani non vogliano data center AI vicino a casa è un fatto ormai difficile da contestare: il 71% si oppone alla costruzione di un centri di elaborazione dati nella propria area, secondo Gallup, con quasi la metà fermamente contraria. È un processo “nimby” tipico, che non riguarda solo gli Usa, ma anche l’Italia. Quello che si è aggiunto nelle ultime settimane è un secondo livello, più scivoloso: l’accusa, formulata da esponenti repubblicani e da parte della Silicon Valley, che dietro quella rabbia genuina delle collettività si muova anche un lavoro di amplificazione straniera — pagamento di attivisti locali incluso — con Pechino come sospettato principale di usare la leva locale per i propri interessi globali.

Un rapporto della società di digital risk management Alethea documenta circa 700 menzioni dei data center da parte di media statali cinesi, russi e iraniani tra gennaio e giugno, descritte come un tentativo di trasformare la rivolta interna contro i data center in un “cuneo contro la fiducia nelle infrastrutture, nelle aziende e nel governo degli Stati Uniti”. Sul fronte politico, il presidente della commissione Energy and Commerce della Camera, Brett Guthrie, ha indirizzato una lettera che chiede all’amministrazione Trump di indagare su queste presunte campagne, sostenendo di avere “prove solide”.