Gli Stati Uniti sono senza dubbio l’ultimo paese da cui ci si sarebbe aspettati delle proteste contro lo sviluppo della tecnologia. D’altronde le “nuove frontiere” fanno parte dell’identità statunitense, oltre al fatto che la Silicon valley appartiene ormai all’idea del cosiddetto sogno americano.
Eppure il settore tecnologico – con i suoi oligarchi diventati onnipotenti, la sua corsa sfrenata verso un futuro che non appare più così desiderabile e le sue minacce per la società e l’ambiente – sta provocando una reazione così sorprendente che negli Stati Uniti si parla di techlash (contraccolpo subìto dalla tecnologia).
Al centro della rabbia dell’opinione pubblica c’è l’espansione apparentemente inarrestabile dei data center, con centinaia di miliardi di dollari di investimenti. L’argomento ha fatto il suo ingresso anche nei dibattiti in vista delle elezioni di metà mandato, previste per novembre. Perfino Erin Brockovich, ambientalista che ha svelato uno scandalo sull’inquinamento industriale dell’acqua potabile in California e la cui storia è stata raccontata al cinema da Steven Soderbergh, si è unita alla battaglia, realizzando una mappa interattiva dei progetti di data center in tutto il paese. Intervistata dal New Yorker, Brockovich ha raccontato che in trent’anni di carriera non aveva mai visto una mobilitazione come quella di oggi.










