Il credito è questione di fiducia, e la fiducia non è soltanto questione di mercato. Nessun Paese ha mai lasciato che il proprio sistema bancario si disegnasse da sé, l’Italia meno che mai, e il risiko che da settimane infiamma finanza e politica segna il bivio da cui dipendono gli equilibri delle casseforti italiane: se il risparmio nazionale si concentrerà intorno a Intesa Sanpaolo e UniCredit, o se resterà spazio per un terzo polo che unisca credito, assicurazione e risparmio gestito.

È per questo che il rilancio di Luigi Lovaglio - che all’offerta di Intesa su Mps ha opposto due Ops su Banco Bpm e Banca Generali - merita un giudizio meno frettoloso di quello della Borsa, a cui si è ridotto un dibattito che rischia di risultare distorto oltre che miope. Il mercato fa il suo mestiere: prezza, sconta, misura. Non gli compete soppesare la stabilità di Generali, il destino di Banco Bpm, le ragioni di Crédit Agricole, le ambizioni di UniCredit e gli umori della maggioranza.

Sta emergendo una forma diversa d’intervento pubblico: uno Stato con meno azioni e più relazioni, meno poteri formali e più capacità di favorire equilibri, e che soprattutto non ordina le operazioni, ma crea il contesto che le rende possibili. Il terzo polo è il primo banco di prova di questo capitalismo di governo.