L’operazione su Mps targata Intesa e Bper ha certamente il fine ultimo di tutelare il risparmio custodito dal Leone. Non si può d’altronde nascondere il fatto che sul Banco Bpm sventoli bandiera francese. Il risiko? Va benissimo, purché sia fatto bene. Il commento di Giulio Sapelli

Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.

C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.