L’operazione targata Intesa è certamente meglio strutturata e congegnata rispetto alla fusione proposta da Banco Bpm, ma parlare di progetto made in Italy può sembrare una forzatura. Sulle Generali la partita è apertissima, è presto per capire chi vince e chi perde. L’Italia ha un gran bisogno del consolidamento bancario, l’unico modo per espellere dal mercato tutti quegli istituti troppo piccoli e guidati da interessi particolari. Intervista a Marcello Messori, economista, saggista e docente allo European university institute

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.