Il tentativo disperato ma creativo di Luigi Lovaglio di dare un futuro a sé stesso prima ancora che a Mps, presentando prima al consiglio e poi all’assemblea l’alternativa all’offerta di Intesa Sanpaolo, rappresenta un tassello di un mosaico più grande, all’interno del quale è possibile ragionare non solo sul destino del risiko italiano, ma anche sullo stato dei rapporti tra banche e politica. I passaggi del risiko restano ancora da studiare e da valutare e le sorprese sono ancora possibili. Lovaglio, come sapete, sta valutando da tempo altre strade per evitare che l’offerta di Intesa Sanpaolo vada a buon fine. Ieri, durante un cda fiume, ha messo sul tavolo due ipotesi precise: un’offerta di scambio su Banco Bpm e un’offerta di scambio su Banca Generali (anche Alberto Nagel, ex ad di Mediobanca, quando provò a salvarsi in extremis dalla scalata di Mps tentò la carta di Banca Generali: non gli andò bene). Ora toccherà all’assemblea di Mps autorizzare la contromossa e poi al mercato giudicare se essa sia più allettante dell’offerta di Carlo Messina, che al momento sembra avere ancora maggiori possibilità di essere accolta (Intesa ha già messo sul tavolo 36 miliardi, con un’offerta concreta e facilmente misurabile. Mps, per batterla, deve fare due cose insieme: pagare abbastanza Bpm o Banca Generali da convincerli e, nello stesso tempo, non impoverire i propri azionisti, e più offre agli altri, meno può lasciare ai suoi: è questo che rende molto più stretto il corridoio di Lovaglio).L’incrocio tra i movimenti delle banche e quelli della politica è tornato nelle ultime ore ad accendere la fantasia di molti osservatori. Ieri Repubblica ha sostenuto una tesi tanto precisa quanto spericolata: Meloni sarebbe d’accordo con Lovaglio per evitare sia che Intesa Sanpaolo possa avere troppo potere nel risiko sia che il Pd possa costruire la propria campagna elettorale in Toscana facendo leva sullo spezzatino di Mps. La seconda questione è certamente reale: in Fratelli d’Italia questa possibilità preoccupa (la stessa Giorgia Meloni, qualche giorno fa, ha fatto sapere di augurarsi che la banca più antica del mondo non venga smembrata e continui ad esistere, cosa diversa però da volersi schierare contro l’operazione di Intesa). La prima tesi è invece più fragile. E non perché nel governo manchi chi sogna per Mps alternative diverse, come il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, vicino a Vittorio Grilli, presidente di Mediobanca, a sua volta vicino a Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps. Ma perché, in questo secondo tempo del risiko bancario, il mercato è infinitamente più forte della politica. E, per quanto numerosi possano essere gli obiettivi del governo – nel caso specifico, l’agenda di Caputi non coincide con quella di Meloni: secondo quanto risulta al Foglio, Messina ha mosso le sue pedine su Mps dopo averle condivise con la presidente del Consiglio – la politica non dispone di strumenti sufficienti per imporsi sul mercato. Nel corso del tempo, i vari soggetti politici che, dal governo, hanno lavorato e tifato per raggiungere alcuni risultati hanno scoperto un paradosso mica male: più la politica rinuncia a costruire a tavolino la banca che desidera, più il mercato può consegnarle una soluzione vicina ai suoi obiettivi. Il ministro dell’Economia, com’è noto, sogna da anni un terzo polo bancario italiano e, dopo aver agito in ogni modo per favorirlo, si ritrova ora di fronte a un curioso scenario. Il soggetto che potrebbe aiutare la politica a ridimensionare il peso francese in Banco Bpm è proprio la banca che la politica ha osteggiato a lungo: UniCredit.Quanto al terzo polo sognato da Giorgetti, per avere qualche possibilità che Mps, la banca che la politica ha contribuito a salvare, ne diventi il perno, il ministro deve augurarsi che il mercato faccia il suo corso. L’unica strada è che Lovaglio riesca a convincere gli azionisti della bontà di una delle sue proposte alternative. La politica, in questi mesi, ha poi perseguito un altro obiettivo esplicito: avere un po’ meno azionisti stranieri e un po’ più azionisti italiani nel mondo delle banche. E’ intervenuta, come ricorderete, imponendo alcuni paletti all’offerta di UniCredit su Banco Bpm. Nel farlo, ha pensato di poter gestire senza problemi un importante azionista straniero di Bpm, ovvero Crédit Agricole. Nel corso del tempo ha però capito che la strategia non ha funzionato e oggi, dagli spalti, si augura che sia il mercato a toglierle le castagne dal fuoco, trovando un modo per ridurre il peso dei francesi: attraverso UniCredit da un lato o attraverso Mps dall’altro.Nelle geometrie variabili del risiko bancario c’è poi la partita centrale: Generali. Su Generali, la politica sarebbe probabilmente disposta a utilizzare il proprio potere di interdizione per fermare operazioni non gradite, vedi alla voce golden power. Ma al momento, più che essere protagonista, è un osservatore interessato sugli spalti e fa sapere a tutte le parti che, qualunque sia l’esito della triangolazione e del tetris, su un punto Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia sono perfettamente allineati: quale che sia l’assetto finale dell’azionariato di Generali, il modello della public company, con più azionisti forti ma nessun dominus – come potrebbero essere Intesa Sanpaolo, UniCredit e Caltagirone – e con Delfin che potrebbe uscire dai giochi nel breve termine, è preferibile a un one-man show.Dire che i partiti non hanno interessi nel risiko bancario è ovviamente ipocrita. La politica può ostacolare, rallentare, porre condizioni, tassare, utilizzare il golden power. Ma dire che i partiti dispongano, nel risiko bancario, di poteri sufficienti per indirizzare a loro piacimento la competizione è una falsità, oggi. Per anni, come racconta un ex banchiere con senso dell’umorismo, le banche italiane sono state raccontate come malate da curare, istituzioni da proteggere, poteri da sorvegliare, bancomat da tassare. Il risiko mostra un’Italia diversa. Le banche italiane comprano, si difendono, generano capitale, tentano operazioni europee, attirano capitali stranieri e costringono la politica a osservare. E il fatto che, anche in un paese pieno zeppo di partiti desiderosi di intervenire sulle banche, il mercato sia più forte della politica è una notizia che può mettere di malumore la politica, ma che dovrebbe mettere di buon umore l’Italia.