Sono passati 144 giorni dalla notte di Zenica che ci ha tolto il terzo Mondiale di fila. In questi mesi abbiamo sentito parlare di riforme istituzionali, rivoluzioni tecniche, proclami di ogni tipo. Invece al calcio di inizio d’agosto, ritroviamo la stessa, identica Serie A che avevamo lasciato: povera, vecchia, soprattutto senza alcuna visione per il futuro del movimento.

Quella che comincia oggi sarà, tra le altre cose, anche la prima stagione dopo l’ennesima apocalisse nazionale. Quella della teorica rifondazione invocata da tutte le componenti e promessa dalle istituzioni vecchie e nuove del nostro calcio. Si dirà, ed è vero, che Roma non è stata costruita in un giorno, che serve tempo per le riforme ma qui sembra mancare il presupposto fondamentale: la volontà di cambiare.

Abbiamo trascorso l’estate sotto l’ombrellone a sorbirci la telenovela del nuovo ct della nazionale, conclusa col ritorno del “traditore” Mancini, dopo l’addio a tempo di record della strana coppia Maldini–Leonardo. Una vicenda stucchevole, in cui non c’è stato uno dei protagonisti che abbia saputo spingersi oltre il circoletto delle proprie conoscenze, e che soprattutto ha fatto passare completamente in secondo piano il vero tema delle riforme. Come al solito ci si è concentrati sulle persone (anzi, sugli amici) e non sui contenuti. Altrettanto sconfortante lo scenario che ci aspetta in campo, dove si gioca davvero a pallone.