L'Editoriale
Venerdì 21 Agosto 2026
MONDO. «Il debito pubblico è grande abbastanza da badare a se stesso», scherzava il presidente americano Ronald Reagan negli anni Ottanta. Oggi gli investitori di tutto il mondo non ne sarebbero più così sicuri, a giudicare dalla relativa incertezza che da giorni circonda i titoli di Stato della prima potenza mondiale.
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Uno dei motivi di fondo di tale incertezza è che il debito pubblico degli Stati Uniti potrebbe essere diventato «troppo grande» per badare a se stesso. Esso ha infatti raggiunto e superato la soglia record dei 40mila miliardi di dollari. Il debito pubblico italiano, uno dei più «pesanti» del pianeta, è pari a circa 3.500 miliardi di dollari. Certo, la sostenibilità di un debito si misura in rapporto alla forza dell’economia che lo deve ripagare, e l’economia americana è più robusta e vitale della nostra. Inoltre Washington gode di un «privilegio esorbitante», come lo ribattezzò sessant’anni fa Valéry Giscard d’Estaing, prima ministro delle Finanze e poi presidente della Repubblica francese. I titoli di Stato denominati in dollari, infatti, sono storicamente considerati un «bene rifugio», a tal punto ricercati da investitori e risparmiatori (domestici e internazionali) che Washington può permettersi di offrire tassi di interesse più bassi per chi li voglia acquistare, indebitandosi di conseguenza a buon mercato. Un privilegio di cui più volte, in modo prematuro, è stata annunciata la fine, ma che adesso i mercati non sembrano più ritenere garantito. Da qui l’aumento dei tassi di interesse sul debito a stelle e strisce a cui assistiamo, con i rendimenti sui titoli trentennali arrivati ai massimi da vent’anni.













