Sei donne uccise in pochi giorni, dal Veneto a Roma, dalla Calabria alla Sardegna. E anche stavolta, purtroppo, come accade per ogni femminicidio, il luna park mediatico ha azionato le solita giostra: dettagli morbosi sull’aggressione, interviste da cui emerge che “sembrava una persona tranquilla”, l’immancabile saccheggio di foto sui social.

Di fronte all’ennesima dimostrazione dell’incapacità di raccontare la violenza di genere senza cadere nella pornografia del dolore, la mia proposta è drastica: smettere di parlarne. Suggerire un blackout mediatico non è provocazione gratuita, ma poggia su solide basi sociologiche e criminologiche. Il racconto reiterato e ravvicinato di questi delitti, infatti, con un linguaggio che, nonostante anni di deontologia teorica, continua a indulgere alla romanticizzazione (“delitto passionale”, “raptus”, “troppo amore”) e alla vittimizzazione secondaria (quando si fruga nella vita della donna uccisa), rischia di produrre devastanti effetti di emulazione in persone affette da controllo patologico, narcisismo ferito, tendenze violente.

Il rischio del silenzio, però, è altrettanto grave. Cancellare queste notizie, infatti, rispedirebbe la violenza di genere nell’ombra del “fatto privato” e toglierebbe stimoli preziosi (e continui) a chiedere conto alla macchina giudiziaria e statale delle denunce ignorate, dei braccialetti elettronici che non funzionano, dei ritardi nell’applicazione del Codice Rosso. Senza contare che la visibilità del tema, pur maldestra, spinge molte donne a riconoscere il pericolo e chiamare il 1522.