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Ultimo aggiornamento: 6:01

Fino a dieci o quindici anni fa, in Italia parlare di violenza di genere e di femminicidio sui media, in rete, ma anche a scuola, in università e nelle case, era molto più difficile di adesso. La stessa parola “femminicidio” non era così diffusa come oggi, e non lo era nemmeno sui media mainstream: come attesta l’Accademia della Crusca, è solo dal 2010 che i giornali hanno cominciato a usarla con frequenza crescente.

Intendiamoci: non è che oggi affrontare l’argomento sia facile, perché il tema è ancora “divisivo”, come si dice, cioè finisce per scaldare gli animi e per suscitare discussioni e litigi che non sempre restano civili, ma finiscono nel turpiloquio e nella violenza verbale. Però se ne parla, ci si confronta, e questo ovviamente è un bene, visto che in Italia la violenza sulle donne non accenna proprio a diminuire e, mentre per fortuna il numero di omicidi continua a scendere, il numero di donne ammazzate da mariti o compagni (attuali, passati o aspiranti), ma anche da padri, fratelli e altri congiunti maschi, resiste quasi identico da oltre trent’anni. Lo confermano tutti i dati ufficiali (checché ne pensi chi si ostina a negare il problema): si veda ad esempio questa tabella Istat.