Uomini che uccidono le mogli malate o con disabilità raccontati come mariti disperati, «distrutti dal dolore», vittime anch’essi di un destino crudele. Padri e patrigni che violentano o picchiano le figlie che vengono definiti «orchi», «mostri», carnefici privi di attenuanti. Due narrazioni totalmente diverse sui media italiani, per una violenza che è la stessa. Violenza di uomini sulle donne, mogli, compagne e figlie. Due narrazioni che dimostrano quanto stereotipi, pregiudizi e bias culturali condizionino il racconto nei media italiani.

Ad accendere un faro su questo tema è l’analisi condotta dall’Osservatorio STEP dell’Università La Sapienza di Roma, guidato dalla professoressa Flaminia Saccà, che nella sua nuova ampia indagine ha esaminato 1.144 articoli di cronaca pubblicati tra il 2020 e il 2024 sulla violenza contro donne malate o con disabilità (194 articoli) e sulla violenza agita da padri e patrigni (995 articoli). L’obiettivo: capire come cambia la rappresentazione mediatica in funzione della vittima. E sottolineare che il modo in cui i media raccontano un femminicidio può modellare la percezione pubblica, spostare l’empatia, alterare la responsabilità morale.

Il mito del «femminicidio altruistico»