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Ultimo aggiornamento: 15:20
Hanno quasi tutte lo sguardo luminoso e il sorriso aperto sul mondo, le donne che vengono assassinate da mariti, compagni, amanti. Così ci appaiono, nelle foto dove sorridono lasciandoci immaginare con amarezza quante aspettative avevano sulla propria vita. Volti nei quali leggiamo indizi di una ricerca di felicità, cancellata dalle azioni brutali e violente di uomini troppo occupati a lustrare il proprio ego per fare esperienza dell’amore.
Le vite delle donne sono ostaggio di un mondo che fatica a cambiare e che continua a pretendere da loro una libertà vigilata, un’autodeterminazione formale ma che nella sostanza sia aderente alle aspettative altrui. Una libertà che viene percepita da una buona parte della società come una minaccia oppure come una concessione che può essere revocata con la violenza. Il femminicidio persiste non solo a causa di uomini che uccidono perché non sanno amare – né le compagne né tantomeno i figli – ma anche a causa di una cultura che alimenta la violenza contro le donne perché la giustifica, la banalizza o la nega. Talvolta la estetizza, trasformandola nel dramma di uomini “disperati” per la scelta (scellerata?) della moglie di separarsi.















