Se più di sei milioni di donne italiane hanno subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, non è solo una questione di emergenza, ma di cultura. È il dato più significativo che emerge dal rapporto Istat La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia (2025): il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni dichiara di essere stata vittima di abusi, e nel 63,8% dei casi lo stupratore è il partner o l'ex partner. Un fenomeno che non si consuma soltanto in luoghi marginali o estremi, ma spesso dentro le case, negli affetti, nella quotidianità. Ancora più allarmante è l'aumento delle violenze tra le giovanissime: nella fascia 16-24 anni, la quota di chi riferisce di aver subito violenze sessuali è salita al 30,8%, con una crescita significativa rispetto a dieci anni fa.
Questi numeri tornano con forza proprio adesso, a ridosso del 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Una ricorrenza che non ha più solo un valore simbolico, ma diventa occasione per interrogarsi su cosa facciamo e cosa possiamo fare nella vita di tutti i giorni. Perché, a fronte di un problema così radicato, non basta indignarsi una volta l'anno: serve trasformare il tema della prevenzione in un'abitudine, diffusa, costante, civile. Solo il 13,3% delle vittime, infatti, denuncia almeno una delle violenze subite: significa che gran parte del fenomeno rimane sommerso. È qui che si comprende come il contrasto alla violenza non possa limitarsi alle aule giudiziarie o alle campagne ufficiali: deve diventare un lavoro quotidiano, fatto di gesti minimi ma ripetuti, capaci di modificare i linguaggi, le percezioni, le abitudini. Ed è proprio questo che oggi comincia ad accadere. La sensibilizzazione non vive più solo nelle piazze, ma entra nei luoghi quotidiani: nelle vetrine dei negozi che espongono il fiocco rosso tutto l'anno, nei cartelli delle farmacie con i numeri di supporto, nei consultori che offrono sportelli di ascolto, nelle palestre che propongono corsi di autodifesa presentati non come risposta alla paura, ma come educazione alla consapevolezza. Persino nelle chat scolastiche spesso considerate luoghi informali iniziano a circolare materiali sul rispetto, sull'affettività, sul consenso.










