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Ci sono parole alle quali non dovremmo mai abituarci. Femminicidio è una di queste. Eppure gli ultimi drammatici episodi di cronaca ci restituiscono ancora una volta storie di donne uccise proprio da chi aveva fatto parte della loro vita, trasformando un legame affettivo in possesso, controllo e infine violenza.

La sensazione, di fronte al susseguirsi di queste tragedie, è che il fenomeno non stia arretrando e che, nonostante anni di battaglie, leggi e campagne di sensibilizzazione, la violenza contro le donne continui a rappresentare un’emergenza sociale e culturale. È questo che deve preoccuparci: il rischio che la ripetizione trasformi l’orrore in abitudine e che l’ennesimo femminicidio diventi soltanto un’altra notizia destinata a scomparire nel giro di pochi giorni.

Dietro ogni nome non c’è un numero, ma una vita. Ci sono figli, genitori, amici, colleghi. Ci sono progetti interrotti e famiglie destinate a convivere per sempre con un’assenza. Gli ultimi episodi ci ricordano quanto sia necessario reagire prima che una nuova tragedia costringa ancora una volta il Paese a domandarsi che cosa avrebbe potuto fare.

La storia dovrebbe averci insegnato quanto sia stato lungo il cammino delle donne verso la libertà. Simone de Beauvoir scriveva nel 1949: «Non si nasce donna: lo si diventa». Una frase che attraversa il Novecento e ci ricorda quanto l’identità e il ruolo attribuiti alla donna siano stati condizionati da modelli culturali e sociali. Negli anni Settanta un altro principio sarebbe diventato simbolo del movimento femminista: «Il personale è politico». Ciò che accadeva dentro una casa, all’interno di una relazione o di una famiglia, non poteva più essere considerato una questione esclusivamente privata.