Certo gli uomini, di questi tempi, sono proprio diventati odiosi: ti pigliano a coltellate per un nonnulla. Una sensazione, un profilo sventato, una sfumatura di No, quel monosillabo così poco femminile, così inaccettabile da parte del maschio dominante in agonia… Non ammazzano la ex moglie o la fidanzata disamorata con un colpo secco di pistola, la strozzano, la sventrano, la fanno a pezzi. Me li immagino sbavanti veleno, inondati dal sangue delle donne che hanno amato, che hanno corteggiato, che hanno presumibilmente penetrato, con cui hanno prodotto altri esseri umani… magari proprio quegli stessi piccolissimi umani sotto i cui occhi sbalorditi stanno perpetrando il loro odioso crimine. Il femminicidio è molto di più, è molto più grave, più schifoso, più ributtante di una normale mattanza, di una aggressione per furto, di un regolamento di conti. È una condanna a morte che nasce in camera da letto, che cresce nella gelosia e nell’invidia… sì, sì, non fare quella faccia, nell’invidia. I maschi femminicidi invidiano la libertà delle donne, la loro conquistata autonomia, li possiede una rabbia antica. La Grande Vecchia sbadiglia, non lo fa mai per caso. È il suo modo di interloquire. «Mi trovi noiosa?». «Sì. Te l’ho già sentita cantare sta canzone, la cavatina della femminista in lutto». «E ancora la sentirai, visto che i femminicidi continuano e si infittiscono. Se vuoi proprio sapere come la penso è una mancanza di rispetto prendermi in giro, fallo pure quando vuoi, tanto lo so che è la tua funzione storica, ma non su questo tema». Un altro sbadiglio. Con spiegazione. «Scusa, se dici qualcosa di nuovo mi sveglio». Come al solito la maledetta Grande Vecchia ha colpito nel segno. Siamo a corto di variazioni sul tema, di fronte al delitto di femminicidio. La parole si disfano per l’uso, perdono peso. Le denunce si accumulano, il dolore si stratifica e nessuno ci fa più caso. Le do ragione cosa che la eccita visibilmente. Mi prende per un braccio e parla: «Invece c’è una novità. Brutta naturalmente. Ora chi massacra la sua donna non è più meccanicamente un femminicida, è un assassino semplice, per assurgere al rango del femminicida, deve dimostrare che quell’uccisione è maturata dentro una relazione di dominio, controllo, possesso o nella volontà di reprimerne la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Cito a memoria, ma il senso c’è: tu puoi uccidere la tua compagna, ma se non puoi dimostrare di averla oppressa fin dal primo momento che l’hai vista… hate at first sight… non hai commesso femminicidio». La guardo senza capire. La cosa la esaspera. «Ma non cogli il sottotesto, tonta che sei?». «No, esplicita se non ti affatica troppo». La Grande Vecchia sbuffa, si dimena e poi sputa il rospo: «È come negare che esiste il patriarcato, che c’è la misoginia fiammeggiante e quella strisciante, c’è quella latente e quella spudorata ma noi tutte viviamo in un mondo a misura di uomo, un mondo in cui l’universale è maschile. Un mondo in cui è acquisito che noi donne valiamo meno, contiamo meno, non siamo padrone della nostra vita e perciò neanche del nostro amore. Sarei proprio curiosa di assistere a un processo in cui si cerca di stabilire se chi ha dato 20 coltellate a una disgraziata che non lo voleva è un femminicida o no». «Ma perché ti importa tanto, è solo un nome». «È un nome che ci rende tutte sorelle. Ne colpiscono una e siamo tutte ferite. Pensaci. Se non chiamiamo femminicida il loro assassino le lasciamo sole».
Cos’è che non capite nella parola “femminicidio”?
Tutti facciamo i conti con il tempo che passa. Noi donne di più






