di

Dacia Maraini

Tutti i casi di delitti che chiamiamo "femminicidio" rispondono a una dinamica molto precisa e sempre uguale. Nascono da una paura cieca e profonda di origine certamente culturale e storica, che però ha piantato radici nelle viscere, al punto da considerarsi una proprietà fisiologica e naturale

Vannacci ha sostenuto che il femminicidio è una parola impropria. Per lui si tratta di un delitto come un altro. Che strano rovesciamento della logica! Vorrei qui invitarlo a riflettere sul perché si è sentito il bisogno di inventare una parola come femminicidio e sul perché si è stabilita una legge per lo specifico delitto.

Se si vanno a guardare e ad analizzare tutti i casi di delitti che chiamiamo femminicidio si scopre che rispondono a una dinamica molto precisa e sempre uguale. Un uomo e una donna si conoscono, si piacciono, si amano, decidono di mettere su famiglia o comunque di vivere insieme. Dopo qualche anno in cui predomina l’intesa erotica, iniziano le abitudini a volte conflittuali di convivenza e lì cominciano i guai perché lei ha una idea diversa della famiglia dall’uomo amato. Lei, anche per via delle nuove conquiste femminili, non pensa di dovere dipendere completamente dall’uomo che ama e pretende delle libertà che lui non tollera. A questo punto iniziano i rimproveri che diventano sempre più aspri e intransigenti. Lei reagisce con piccoli gesti di autonomia che provocano in lui delle reazioni via via più insofferenti. Gesti che si pretendono suscitati dalla gelosia ma sono ben altro.