Caro direttore, in questi giorni sono circolate dichiarazioni secondo cui il reato di femminicidio non avrebbe alcuna peculiarità rispetto all’omicidio comune. È una posizione che banalizza un fenomeno strutturale e ignora dati, contesto e dinamiche riconosciute da magistratura, forze dell’ordine e centri antiviolenza. Il femminicidio non è un omicidio come un altro, perché nasce da un movente di dominio e controllo radicato nella disparità di potere tra uomini e donne. Non è un fatto isolato, ma l’esito estremo di un percorso di violenza che spesso include isolamento, manipolazione, minacce, ricatti economici, svalutazione psicologica e aggressioni fisiche. Ridurre tutto a un semplice omicidio significa negare la dimensione sistemica del problema. Sostenere che il femminicidio non esista significa ignorare la natura relazionale e reiterata della violenza che lo precede, la specificità del movente e la dimensione culturale che alimenta stereotipi e giustificazioni. Significa anche trascurare la necessità di strumenti di prevenzione e protezione mirati. Il nostro ordinamento riconosce che alcuni reati richiedono una qualificazione specifica quando esprimono fenomeni sociali più ampi. Il femminicidio rientra in questa logica: non crea privilegi, ma nomina correttamente la realtà e rende visibile ciò che per troppo tempo è stato taciuto. Per questo va respinto ogni tentativo di minimizzarne la specificità.