Il femminicidio non è qualsiasi omicidio in cui la vittima è una donna, morta ad esempio accidentalmente durante una rapina o investita involontariamente da un’auto. «Non indica il sesso della morta – diceva Michela Murgia – , indica il perché». E dunque il femminicidio è l’omicidio in cui la donna viene uccisa da un uomo «in quanto donna», in relazione alla sua posizione di genere, come atto di discriminazione o di odio o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà, «una forma estrema di violenza di genere contro le donne», come la definiva l’antropologa messicana e teorica del femminismo Marcela Lagarde, esercitata sulle donne sistematicamente in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale.

Ma se a morire è una donna uccisa da un’altra donna all’interno di una relazione sentimentale, come nel caso di Daniela Strazzullo, colpita da uno sparo esploso dalla sua compagna Ilaria Capezzuto, si può parlare di femminicidio oppure no? E perché?

Secondo Milli Virgilio, avvocata del Foro di Bologna, impegnata da anni nella difesa legale delle donne colpite da violenza, «dipende dalla definizione che si dà di femminicidio. Se adottiamo quella della Commissione parlamentare sui femminicidi, ad esempio, allora no: non è un femminicidio. Perché l’autore della violenza è identificato come un uomo. Se consideriamo che quel che conta è un motivo di genere, il contesto nel quale l’omicidio matura, la disparità di potere, se una delle due era più forte e vincolava l’altra, se c’erano precedenti episodi di violenza, allora sì, anche quello di Napoli potrebbe essere un femminicidio».