Vogliamo scomodare il padre della filosofia tomistica? Scomodiamolo pure. «I nomi sono conseguenza delle cose», sottolineava nel 1200 San Tommaso d’Aquino. E non v’è ragione per sostenere che tale concetto sia superato. Prendiamo la fondatezza o meno del reato di femminicidio. Ha detto venerdì il generale Roberto Vannacci: «Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l'immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle».
L’espressione può apparire di comune buon senso. Ma così non è. La qualificazione del delitto anche in base alla qualità della vittima è consolidata. Esiste, ad esempio, nel codice penale, che è del 1930, epoca per molti aspetti guardata con rimpianto dal generale. La Bibbia inizia proprio con il fratricidio di Caino contro Abele. E tutte le epoche, ahinoi, sono piene non di generici omicidi, ma di uxoricidi, parricidi, matricidi e infanticidi.
L’Italia conta 3 morti sul lavoro al giorno (nella sola Ilva di Taranto, sono 25 dal 2003) e ora si profila un nuovo termine: «operaicidio».
«I numeri non mentono», sostiene il prof. Vaclav Smil, docente universitario ceco-canadese. In Italia nel 2025 sono state assassinate 97 donne, di cui 85 per mano di un familiare e tra queste, 62 dal marito, convivente o ex. Sono 8 gli uomini uccisi da partner o ex. Forse più che questione di delitti e pene è un problema essenzialmente culturale. «Vasto programma», avrebbe detto un altro generale, Charles De Gaulle. Ma non c’è una buona ragione per non provare ad affrontarlo. Anche e soprattutto chiamando le cose con il loro nome.









