C’è una Calabria che a Ferragosto volta le spalle al mare. Carica l’auto di frigo portatili, sedie pieghevoli, tavoli da campeggio e carbonella, e sale. Verso la Sila, le Serre, l’Aspromonte, il Monte Poro e il Reventino: ovunque ci sia un faggio, un pino e un filo d’ombra, lì il 15 agosto nasce una tavolata.
È il Ferragosto montanaro, il più antico e forse il più autentico dei riti calabresi. Quello che comincia prestissimo, perché il posto buono — la radura giusta, vicina alla fontana e lontana dal parcheggio — se lo prende chi arriva per primo.
Alle otto del mattino i boschi sono già un accampamento festoso: tende da sole tra gli alberi, tovaglie a quadri, bambini che corrono e nonni che dirigono le operazioni come generali in pensione.
L’accensione della brace diventa una liturgia
Poi si accende la brace. Ed è lì che il Ferragosto di montagna diventa liturgia. Il menù non si discute, si tramanda. Salsiccia calabrese, rigorosamente al finocchietto o al peperoncino, che sfrigola sulla griglia e profuma il bosco per centinaia di metri. Costate, braciole, spiedini e pancetta che diventa croccante sulla brace.














