Mentre scorrono i titoli di coda e le luci non sono ancora state accese e il buio della sera è intatto, lascio la fila di sedie del cinema all’aperto.
Sulla retina mi sono rimaste impresse – sovrapposte, eppure vivide – immagini di distruzione. Edifici disintegrati dalla guerra, edifici mutilati, muri anneriti dalle esplosioni. Edifici di nuova costruzione, in cemento.
Osservare rovine che non appartengono a un remoto passato sembra assurdo. Un controsenso, uno spreco, una presenza – o un’assenza – innaturale. Mi sono lasciato dietro il baracchino della biglietteria e sono fuori, in strada, eppure sento risuonare le parole che poco fa mi venivano incontro dallo schermo. “Odio il cemento, perché il cemento è arido. Su un edificio di cemento non cresce nulla, e non appartiene al mondo naturale”.
Nella grande piazza simmetrica, l’obelisco indica il cielo. Salgo su un taxi, do l’indirizzo e la macchina si muove nella sera inoltrata, lungo la direttrice nord-sud. Mentre i pensieri non riescono ad allontanarsi dalle immagini e dalle voci del documentario Architecton del regista russo Victor Kossakovsky, la macchina si muove per la città che il cemento ha reso abnorme, la città delle palazzine e dei palazzinari, delle borgate e dei quartieri oltre il Raccordo, oltre la cintura dell’Agro, oltre i confini – a forza.









