Per molti è una pozza d’acqua in mezzo alle case, per me era il mare. Ha un’origine non indegna, fu scavato per l’ammaraggio degli idrovolanti, quando sembrava che quei velivoli dovessero dominare le rotte del cielo, e sfruttava le risorgive che zampillavano spontanee dalle falde della pianura.
Quando sentivo il bisogno di cacciare la malinconia e regolare la circolazione, quando il malumore mi scendeva nell’anima come un novembre scuro, ci andavo a navigare figurandomi che rappresentasse l’intera parte acquea del mondo e non il francobollo azzurro appiccicato al terreno che gli aerei decollati dal vicino aeroporto si lasciavano indietro alla prima virata.
Del resto ho sempre avuto un’indole da sognatore, in grado non solo di appagarsi del poco che mi veniva offerto dalla vita magnificandolo grazie a uno spontaneo slancio di fantasia, ma anche, quelle rare volte che il merito o il caso mi gratificavano di qualche insperata avventura, capace perfino di rimpiangere quegli orizzonti più ristretti dentro i quali mi ero accomodato.
Le imbarcazioni cui potevo accedere frequentando il circolo nautico costruito su uno dei lati corti di quella modesta superficie si potevano annoverare senz’altro tra le fortune di cui beneficiavo. Erano le più varie e ognuna era stata elaborata da popoli e civiltà remote nelle quali amavo identificarmi perché le vedevo vicine alla mia natura che si faceva sempre più semplice, per non dire primitiva.









