«L’inchiostro scarseggia, / il mare cresce» dicono due grandi versi di Ghiorgos Seferis. La poesia di Rocco Antonio Mastromartino sembra costruirsi quasi tutta sulla negazione di quell’antitesi. Perché da lì – dal mare in quanto spazio fisico e universo simbolico – nasce e procede tutta la scrittura di Mastromartino ne I nostri mari (Manni, pp. 159, € 17,50). All’immobilità marina si oppone anzitutto lo scorrere del tempo, se questo libro è anche una variazione sul tema della vecchiaia, protagonista indiscussa sin dal primo verso («Con grande perizia il vecchio avanza nel mare in tempesta»). Nella stessa lirica d’esordio, il lettore riconosce l’archetipo di Ulisse-Nessuno: un’identificazione antieroica – e non è l’unica – entro la quale spiccano non tanto imprese e avventure, ma la creaturale, calda «ospitalità delle acque». Luogo dell’amicizia e dell’incontro (come in Caffè sul mare) il mare è anzitutto alleato della memoria, che in effetti attraversa costantemente questi testi. Non senza cedere, qua e là, a qualche trasalimento, a qualche ansia teologica, «quando il pensiero, stanco per il ritorno della notte, / rovista tra le maschere di Dio».

E non senza lasciare spazio, al contempo, al «desiderio di essere contagiati dalla vita», come ha scritto Paola Minucci nella sua prefazione. Non cede mai, Mastromartino, al rischio del pittoresco, nemmeno davanti alla bellezza di un giardino cicladico, perché la sua scrittura approfitta delle risorse del Caso («Un vento senza terra, senza mare, / ha ritrovato l’estro di una strada, / dove passavano due corpi»); oppure mette a frutto la capacità di cogliere un dettaglio – possibilmente indifeso – della realtà, e di farne una specie di monito sapienziale («Quando pensate che sia sempre estate, / osservate bene le file ordinate delle formiche»).