«La poesia come atto politico», scrive Danila Giancipoli in Fame del mare (Neo, pp. 92, Euro 13). Un atto politico che non scatena rivoluzioni, ma muove le maree. Il riferimento all’acqua è costante fra i versi di Giancipoli, che la ricerca nelle sue peregrinazioni fra città di costa o nell’entroterra. Dove non c’è oceano o mare, c’è la pioggia a rendere indistinguibili le rigide identità che definiscono e separano individui e gruppi. L’acqua, nel suo ciclico ritorno, con la sua lente riconfigura le forme di vita: la poesia ne imita il potere. I brani di Giancipoli sono passeggiate fra le vie portoghesi, meditazioni da Rimini o Torino e scenari irlandesi. Ma la lettura della raccolta produce la sensazione di trovarci in un unico grande viaggio, un’esperienza al contempo di immersione e sradicamento: sradicamento grazie al quale soltanto si può immergersi davvero nella realtà, senza schermi a tutelarci.

NON SI TRATTA DI VIAGGI appaganti, né di un turismo ricreativo; anzi, se «viaggiando, lascio spazio alla fame», allora non ci si mette alla ricerca di risposte, ma di occasioni per interrogare, per ampliare l’orizzonte dell’ignoto, espandere il dato di fatto angusto nell’orizzonte del possibile. Se l’acqua rappresenta l’inafferrabile, città grandi e piccole e le tangenziali che le uniscono sono una morsa che stringe, una mandibola che divora. La via di fuga è ricercata nelle «strade per i porti», spazi che non offrono alcun riferimento se non quello di un mutamento di prospettiva, una domanda da formulare in una lingua da apprendere. Così alla rassicurazione, più simile a una condanna, che «la vita non cambierà nemmeno oggi», una vita errante si nutre del «non sapere cosa accadrà domani». Si comprende allora quale atto politico inviti a intraprendere la poesia: l’esilio, il prendere dimora nel sentimento di spaesamento, sentirsi stranieri e, così, dislocare le trame della realtà, sospenderle. Esuli negli spazi, ma anche nel tempo, riconoscendo una certa contrazione fra passati, presente, e futuri.