«Volevo scrivere qualcosa di politico e mi sono accorto che mi mancavano le parole per farlo (…) avevo appena capito, proprio scrivendo, che non potevo formulare le mie esigenze in modo politico. Nessun personaggio politico le ha mai risvegliate, solo i poeti». In un piano sequenza di Falso movimento di Wim Wenders, croce e delizia degli spettatori del film nei nostri cineclub dei primi anni ’80, per un quarto d’ora i cinque protagonisti della riscrittura del Wilhelm Meister di Goethe salivano lentamente una strada di campagna scambiandosi battute come questa. Alla sceneggiatura di Peter Handke, scritta nel 1974 e del tutto infedele rispetto al testo di partenza salvo il «movimento» di uno scrittore in cerca di se stesso, Wenders aveva aggiunto i paesaggi della Germania visti dal treno, da un elicottero, e i rumori della presa diretta, anche il motore della Renault 4 col portellone aperto con sopra la macchina di presa.
FACILE collegare quelle battute alla famigerata conferenza stampa alla scorsa Berlinale nella quale il regista tedesco ha dichiarato che i film «sono l’opposto della politica», aprendo una stagione che lo ha visto protagonista di alcune controversie a 80 anni compiuti e dopo il successo del suo meravigliosamente crepuscolare Perfect Days. «Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici», aveva aggiunto. Ma la domanda riguardava Gaza. Il dibattito a dure tinte social che ne era seguito, perciò, era stato ovvio. Non sono tempi in cui si può andare per il sottile. Peggio di tutti era andata a Peter Handke, 84 anni, che quelle battute aveva scritto contro il realismo e l’impegno della generazione che l’aveva preceduto, in nome della poesia. Premio Nobel 2019, Handke porta ancora su di sé l’imbarazzo di aver sostenuto a suo tempo la Serbia di Milosevic, e negato i genocidi di quella stagione, in nome di non si sa quale heimat.









