«Dipingo come gli altri scrivono la loro biografia: i miei quadri, finiti o no, sono le pagine del mio diario e, in quanto tali valgono», diceva Picasso a Françoise Gilot. Il mezzo fotografico, in questo senso, si rivela un eccellente mediatore tra razionalità e inconscio: da una parte c’è il mondo, dall’altra la propria allucinazione. Il titolo Album, 1969-82 per il libro di Guido Guidi (Mack) è allora quanto mai congruo. Se l’immagine non appartiene all’ordine naturale ma è una costruzione, un artista traccia il proprio solco nel riassetto di sequenze ideali, nella norma che corregge il sentimento e nel pathos che emenda la norma.

In questo Album, Guidi compie un’operazione di camouflage culturale: usa l’album di famiglia – l’oggetto più democratico, sentimentale e popolare del 900 – per introdurci a una riflessione raffinatissima sul fotografico. Riallacciandosi alla funzione primaria di una reliquia di quel secolo, accompagna lo spettatore nello specifico della sua arte. Isola il quotidiano, assegnando dignità e peso a quanto ci sta intorno. E questo spreco, il di più, l’imprevisto, diventa l’esistenza vissuta.

A VOLTE, tra le immagini compare l’autoritratto di Guidi, riflesso dentro il riquadro di una porta, lui stesso immagine al pari delle altre. Se il suo scavo non è mai una restituzione psicologica, è altrettanto vero che ciò che è esposto in forma di esercizi di ripresa non nasconde la tenerezza dell’uomo (forse nemmeno la maschera); senz’altro ribadisce che l’immagine, per sua fortuna, è tutta superficie. Allora Guidi, si chiede come reagire alla realtà, sperimenta di continuo e seppure ligio commette lievi infrazioni, «non passo con il semaforo rosso, ma come impedirsi, di accelerare di fronte al giallo?»