Chi scrive è per me una divinità, fin da quando rubavo i libri ai grandi. Con il tempo mi sono accorta che le scrittrici lo sono di più, per quanto ancora faticano, tra elogi di circostanza e quote rosa, a concedersi la libertà di esserlo, a individuare la loro voce e a farla sentire, nonostante la strada aperta nella pietra da giganti come Ingeborg Bachmann. Se non fosse per l’intuito chiaroveggente di Gennaro Carillo, forse non avrei osato dare suono a quel suo modo di dire io da adolescente terrorista, a quel suo dare del tu provocatorio e inerme, a quella capacità di incarnarsi in molte vite scrollandone via la polvere e mostrandone l’essenza fra tragedia e ironia.

La scrittura di quell’angelo diabolico è tutta teatro, in apparenza semplice e immediata, ma con echi traditori che portano chissà dove. Là mi attende, implacabile, per chiedermi se addomesticherò le sue parole per renderle più gradevoli al pubblico, io che non ho vissuto invasioni, guerre, deportazioni, io che non ho provato l’allarmante intensità dei suoi amori, delle visioni, degli incontri. Capisco. Per trovare in me il luogo esatto dove possano risuonare le parole distillate da una dea che si rifugia nel silenzio dovrò andare con lei a tentoni nell’ignoto e starci, seguirla nei suoi salti nel vuoto, ma, grazie al suo dono, avrò una rete di protezione che lei non si concede.