La persona di cui qui si cercano – e si ritrovano – le tracce si chiama Ingeborg Bachmann. Uwe Johnson non la menziona quasi mai, ma apre il testo con una sua citazione: «Inoltre ogni necrologio non può che essere un’indiscrezione». È un buon esergo per una biografia, e ancor più per un’autobiografia.

Se si considera la discrezione che pervade tutto lo scritto, i pochi passaggi in cui Bachmann prende direttamente la parola acquistano un peso ancora maggiore, divenendo assai rivelatori e, tramite un sapiente uso della ripetizione, quasi perentori: «Si dovrebbe essere soltanto e unicamente uno straniero per riuscire a sopportare un luogo come Kl più a lungo di un’ora, o per vivere qui per sempre». La frase viene riportata due volte, come pure due volte ritorna anche quest’altra: «Soprattutto non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e poi ritornarci ancora».

Queste citazioni, incorniciate – verrebbe quasi da dire cullate – entro descrizioni esatte e minuziose della topografia e della storia di Klagenfurt, rivestite di estratti di articoli di giornale, di guide turistiche e di orari ferroviari, finiscono quasi per avere l’effetto dei famigerati insulti lanciati nella sua ultima pièce da Thomas Bernhard contro la città di Augusta, definita «covo soffocante e abietto» e «cloaca sul fiume Lech». E tuttavia sono molto di più. La loro amarezza ha cause che abitano profondità ben più remote, su cui nessuna pro-loco cittadina riuscirebbe mai a «mettere una pezza» né con una smentita né con una contropropaganda.