Al cuore di ogni biografia letteraria c’è per Richard Holmes il tentativo di «produrre l’effetto del vivo, restando però fedele al fatto morto»; l’esito è incerto, disperante a volte, «ma, se sei fortunato — aggiunge in Footsteps — potrai raccontare l’inseguimento di quella figura sfuggente in modo tale da farla rivivere». Nel caso di Ingeborg Bachmann, nata 100 anni fa a Klagenfurt e morta a Roma nel 1973, la difficoltà è estrema. Perché qui non si tratta solo di mettere in ordine le carte, i contratti, le lettere, ma anche di riportare in vita una persona sfuggente e — come afferma Christa Wolf — barbarica per la radicalità, l’eccesso, il rifiuto delle forme codificate. mentre la sua memoria era stata sacrificata a un duplice mito: la donna libera, cosmopolita, amata da Celan e da Frisch, e la donna sofferente, fragile, consumata. Immagini vere che pure oscurano altre tracce, altrettanto necessarie: la filosofa del linguaggio, la giornalista, la persona che negozia contratti, che si guadagna da vivere, che resiste — e a volte ride.

È nello spazio tra queste tradizioni che si inserisce Scrivere per esistere Vita e opere di Ingeborg Bachmann di Rita Svandrlik (Carocci, 2026, pp. 206, € 22,00), il secondo libro che la germanista dedica alla poetessa a ventiquattro anni da Ingeborg Bachmann: i sentieri della scrittura (2001), che era stata la prima monografia italiana sulla scrittrice austriaca. L’occasione è il centenario della nascita — che Klagenfurt celebra con un intero anno di eventi e che coincide con il cinquantesimo anniversario del premio che porta il suo nome — non perché i centenari impongano bilanci, ma perché possono essere l’occasione per mettere in discussione formule e giudizi, restituendo alla scrittrice austriaca una realtà che era stata velata e ricostruendo – si propone l’autrice – “il progetto di vita di Ingeborg Bachmann, così preciso e determinato nella realizzazione della propria chiamata alla vocazione artistica”,