È sempre in agguato la celebre questione dell’ombelico, del guardarsi l’ombelico». Così Emanuele Trevi, già vent’anni fa, in uno dei suoi primi libri “in prima persona”, L’onda del porto (Laterza, 2005). A tutt’oggi resta questa, inappellabile, la condanna che infligge la doxa agli artisti che non lascino ricondurre il proprio lavoro alla più accigliata stentorea e generica partecipazione alle cose-del-mondo. La tavolozza è ristretta d’ufficio all’agenda catastrofista dei media, e non si contano i fervorini in favore della pace, della tutela dell’ambiente, dei diritti delle minoranze: replicando all’infinito quanto ci mette tutti d’accordo a priori. Se qualcuno un minimo prova a smarcarsi dall’ovvio, ecco lo stigma: basta guardarsi l’ombelico! Ci si sollevi dalla posizione fetale, si getti il proprio corpo nella lotta!
In un altro libro di quegli anni (Einaudi, 2004), Corpo – paradossale atlante anatomico live composto da chi ne è insieme soggetto e oggetto – diceva Tiziano Scarpa che se qualcuno riuscisse davvero a scriverne uno tutto sul suo ombelico magari sarebbe un libro formidabile. In effetti in tutte le culture antiche l’ombelico – segno materiale del nesso dell’individuo col corpo materno dal quale è fuoriuscito – riveste un significato cruciale. Per i Greci il tempio di Apollo, a Delfi, era appunto l’ombelico del mondo (epiteto che passò in seguito a designare Roma e poi, come nel Purgatorio dantesco, la Gerusalemme delle Religioni del Libro), mentre nell’homo vitruvianus di Leonardo è in quello letterale, che abbiamo tutti in mezzo al ventre, che si trova il centro della figura umana, il nesso fra microcosmo e macrocosmo. E infatti, proseguiva Trevi, «con terrore, scoprendosi prudentemente la pancia, ci si rende conto che tutto il mondo, lo si voglia o meno, è un ombelico» (quello che provava a fare lui, infatti, era reagire – coi propri strumenti cognitivi e retorici, si capisce – a una catastrofe come il maremoto nell’Oceano Indiano che alla fine del 2004 fece più di 200mila morti: il titolo rende nella nostra lingua il composto giapponese tsu, «porto», e nami, «onda»).










