Noto, per caso, sulla quarta di copertina del nuovo libro di Walter Siti – “Il romanzo sotto accusa” (Rizzoli, pp. 400; € 21) - uno strillo, come si dice in gergo. È una frase di Matteo Marchesini, critico e scrittore nato negli anni Ottanta, che parlando del collega quasi ottantenne, appunta: «Siti sfugge alla temperatura fisiologicamente tiepida del genere romanzo. Perché sa che da un secolo questo genere è mezzo morto». Mezzo morto o mezzo vivo che sia, ha una sua ingombrante presenza. Un numero quasi sconvolgente di romanzi si riversa nelle librerie ogni mese. Il passo verso il romanzo lo fanno prima o poi parecchi personaggi noti per ragioni non letterarie. Scrivere e pubblicare un romanzo è tuttora uno status symbol, benché il mercato editoriale non premi quasi nessuno. Non a caso, stizzosamente, Alfonso Berardinelli, maestro di Marchesini, usò per titolo a una sua raccolta di saggi anni fa la seguente frase: «Non incoraggiate il romanzo».Torniamo a quel “mezzo morto” di cui sopra: ci pensavo girandomi fra le mani il ponderoso volume “Kundera without Kundera” (Miraggi, pp. 400; € 36) dedicato al grande autore ceco a valle di una serie di mostre, rassegne e convegni che un anno fa furono realizzati grazie al Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’università di Padova, a cura di Alessandro Catalano e Alessandro Metlica. Le quasi quattrocento ricchissime e illustratissime pagine di questa raccolta di studi dimostrano alla perfezione come Milan Kundera (1929-2023) abbia aperto il suo cantiere narrativo per fare i conti con la mezza morte del romanzo. E per reinventarlo, o appunto rivitalizzarlo. Non nei termini sovreccitati di sperimentazioni estreme, ma cercando quasi sottotraccia, e da dentro, di ripensarne la sostanza e i confini.Kundera è uno scrittore allergico all’esibizione dell’io. Il bellissimo libro che gli ha dedicato Florence Noiville e di cui parla in queste pagine Caterina Bonvicini – “Scrivere, che strana idea!” (Neri Pozza) – si apre con una citazione eloquente, che è anche una precisa volontà autoriale: «Far credere alla posterità di non essere vissuto». Se l’obiettivo diventa questo è chiaro che bisognerà aggirare le tentazioni autobiografiche, e dunque sparire nei personaggi. Niente memoir, niente autofiction oggi dominanti. Ma questo non significa per Kundera fingere una fiducia impossibile, nel cuore del Novecento, nella pura finzione. Non è, non può, forse non vuole essere Balzac: introduce perciò, in modo sempre più netto, una distanza ironica rispetto alle vicende che racconta e ai personaggi stessi. Si potrebbe dire rozzamente che non ci crede fino in fondo, e non è così rilevante, perché ciò che gli sta a cuore è altro. Che cosa? Provare a rendere il romanzo così leggero e così duttile da diventare un “arciromanzo” capace, per vie tentacolari, di aprirsi a tutte le direzioni del senso e di assorbire e digerire ogni possibilità della prosa. Quella più incline alla poesia, quella più vicina alla drammaturgia, quella più prossima al saggio. Il risultato non è un pastiche, ma un insieme armonico in cui le matrici sono appena una filigrana.È l’arte del romanzo secondo Kundera. Giocosa ma di un gioco serio, scherzosa perché scherzare ci lascia nudi davanti ai lupi. E rivela la loro crudeltà. Un’arte letteraria capricciosa, eccentrica. E sempre più alla ricerca di levità, per «concentrare la massima profondità semantica nel minimo spazio possibile». In questo senso, il libro di congedo, brevissimo, intitolato “La festa dell’insignificanza”, è una sorta di racconto stilizzato. Un ghirigoro, un disegno buffo e spiritoso come quelli che Kundera ha amato fare per tutta la vita. Caricature, pupazzi. D’altra parte – come conferma Alessandro Catalano nel saggio di apertura di “Kundera without Kundera” – progressivamente il narratore via via «si trasforma in un manovratore di personaggi sempre più simili a marionette». È la sua exit strategy dal cosiddetto romanzo psicologico: Kundera non vuole servirsi di monologhi interiori, cerca un modo non psicologico di cogliere l’io. Che impresa! «Come vede io non mostro quello che accade nella testa del personaggio, ma piuttosto quello che accade nella mia testa», spiegò in una intervista inclusa nell’aureo “L’arte del romanzo”. Il romanzo si trasforma così in una lunga interrogazione: intorno ai gesti dei personaggi ma anche intorno a un tema più generale, indicato spesso dal titolo. In ordine sparso: “Lo scherzo”, “La lentezza”, “L’ignoranza”, “L’identità”, “L’immortalità”. “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Nel suo più clamoroso successo – un bestseller travolgente anche in Italia, diventato un meme ante-litteram nelle trasmissioni di Renzo Arbore anni Ottanta ed evocato perfino in una canzone di Venditti – Teresa vive con tale Tomás, «ma il suo amore esige da lei una mobilitazione di tutte le sue forze e un giorno, improvvisamente, non ce la fa più, vuole tornare indietro». Allora Kundera si domanda: che cosa le succede? Approda a una risposta e di lì a una nuova domanda sulle possibilità dell’esistenza. Lo scrittore manda avanti in questa ricerca inesausta una sorta di io alternativo al proprio, un “io sperimentale”. Definizione adamantina per questa opzione narrativa che porta Kundera lontano dal realismo in senso stretto, lo porta a omettere dettagli che il lettore legittimamente vorrebbe conoscere («Tomás è biondo o bruno? Suo padre era ricco o povero? Scegliete voi»). Lui si concentra su altro: sulle domande più ancora che sulle risposte, perché il romanziere – sostiene – dovrebbe fare proprio questo: insegnare alla gente a cogliere il mondo come una domanda. «In questo atteggiamento ci sono saggezza e tolleranza». E anche disappartenenza, o non identificazione ai parametri identitari più condizionanti. A Noiville che nel 2011 gli chiedeva cosa significasse per lui essere uno scrittore, chiariva: «Fu una scelta, una forma di saggezza, di presa di posizione che escludeva qualsiasi identificazione con un movimento politico, una religione, un’ideologia, una morale o una collettività: fu una non-identificazione consapevole, tenace, rabbiosa, sentita non come evasione o passività, ma come resistenza, sfida, rivolta».Uno spazio di libertà alternativa, un luogo impalpabile senza gabbie, in cui nessuno è ridotto a una tesi e nessuna vita può essere riassunta in un verdetto. Kundera aveva conosciuto l’esistenza quotidiana spiata nel blocco sovietico. Si era ritrovato sospeso tra due Paesi, quello natale, e la Francia, e tra due lingue. Aveva imparato sulla sua pelle che le società autoritarie temono il dubbio. Temono l’ironia. Temono l’immaginazione che moltiplica i punti di vista. La Storia corre sempre il rischio di diventare una versione monolitica. Il potere cancella volti dalle fotografie, riscrive il passato, semplifica le biografie. Il romanzo fa l’esatto contrario: restituisce complessità, aggiunge sfumature, salva ciò che non si lascia ridurre a slogan. Il romanzo è incompatibile con una verità univoca. Introduce il dubbio là dove il potere esige consenso; moltiplica i punti di vista là dove l’ideologia pretende uniformità.Il bagliore di un romanzo alla Kundera può sbriciolare «la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti». L’autore stesso di nodi ne ha sciolti parecchi; e si è reso irreperibile per decenni: era difficile trovare il suo indirizzo, era difficile che rispondesse al telefono. Si era sottratto alla notorietà. Anche questa è una scelta di libertà. «Far credere alla posterità di non essere vissuto».Kundera lascia in eredità dei dubbi. D’altra parte, faceva notare come il romanzo europeo, da Cervantes in poi, fosse nato esattamente dove finiscono le certezze. Don Chisciotte entra nel mondo quando le verità assolute si sfarinano e l’essere umano scopre di non possedere più bussole infallibili. La libertà del romanzo, per Kundera, coincide con un’eterna disciplina dell’incertezza. Non esiste letteratura senza il desiderio e il diritto di esplorare ciò che è ambiguo, contraddittorio, persino scomodo. Perché la vera posta in gioco, fra le pagine di un racconto a parole, non è mai stabilire chi abbia ragione.