C’è un interrogativo che ci si pone a ogni scandaletto da tre quarti d’ora nel mondo culturale, dove gli scandaletti da tre quarti d’ora sono sempre roba di Tizio ha mandato foto del suo arnese a Caia, Sempronio ha promesso gloria editoriale in cambio di accesso alle mutande a Tizia, Caio ha detto cose poco opportune a Sempronia (o di Sempronia).
In quest’ultima fattispecie di reato morale post-2017 rientrerebbe il caso Mari, l’esito del quale si apprenderà tra una settimana, l’esito del quale non è solo l’esito che può assegnare o no a un venerato maestro il più famoso premio letterario italiano e fare o no rifiatare i bilanci Einaudi, ma è anche un precedente.
Se aver detto che Michela Murgia era brutta ti può far perdere uno Strega praticamente già vinto, allora dall’anno dopo vale tutto. Diventa come la presidenza degli Stati Uniti, alla quale George Clooney una volta rispose che non si sarebbe mai candidato perché ne aveva combinate troppe nella sua vita privata e non voleva che qualcuno indagasse.
Solo che quello è un universo di demenza puritana nel quale a nessuno pare strano che la tua fedina morale pesi quanto le tue azioni o le tue parole pubbliche. Noialtri, se ci mettiamo a far la morale agli scrittori, sappiamo come va a finire: che dall’anno dopo vincono gli scarsissimi come autori ma abbastanza furbi da non aver mai dato modo a nessuno di screenshottare un loro «ammazza che cessa quella, non le darei manco l’arnese tuo».








