So che farei meglio a non dire nulla a proposito di quel gigantesco scandalo di cui tutti i giornali parlano da tre giorni e che io finora mi sono ostinato a ignorare, l’immenso scandalo delle parole che secondo molteplici testimoni lo scrittore Michele Mari, fino a ieri predestinato vincitore del premio Strega, avrebbe detto alla scrittrice Teresa Ciabatti a proposito della defunta scrittrice Michela Murgia, nel pulmino messo a disposizione dallo Strega per spostarsi da una tappa all’altra di quella grande sagra itinerante.
A proposito cioè di «questo niente che sta da tre giorni sulle prime pagine dei giornali come se fosse la prima volta che un uomo dà a una donna del cesso, la prima volta che un signore apparentemente raffinato fa una cafonata, la prima volta che una vicenda editoriale attira l’attenzione per tutto tranne che per i libri (dei quali non frega niente a nessuno, ma questo non ci voleva lo scandalo del furgone per capirlo)», come scrive Guia Soncini nel suo articolo su Linkiesta. So che farei meglio a non dire niente, e dunque, vilmente, non dirò niente, limitandomi a riportare quello che dice lei: «Nessuno sa più fare nessun mestiere, i chirurghi sbagliano gli interventi, i baristi sbagliano i cappuccini, figuriamoci se si può pensare che gli scrittori sappiano usare le parole, ma se dovesse ricapitarvi vi regalo il suggerimento sull’obiezione giusta da fare. Il punto non è quante persone ci fossero sul furgone o chi pagasse la benzina: il punto è che le società funzionano e non finiscono in cannibalismo e roghi assortiti perché esiste l’ipocrisia, quel concetto adulto che fa sì che le cose che io dico su un palcoscenico o a una telecamera, le cose che dichiaro pubblicamente, io le pesi diversamente da quelle che dico in conversazioni che non sono concepite per essere pubblicate».










