Onde non affaticare l’attenzione del lettore disabituato ai libri e abituato alle card Instagram con la polemica del momento, mi limiterò oggi a un breve elenco di cose che abbiamo appreso in questi splendidi tre giorni di agitazione attorno a un furgone carico di scrittori.

Che il giornalismo culturale è messo assai peggio dell’editoria, e che quando un dettaglio della storia del momento lo sanno tutti, lo riferiscono tutti, ne spettegolano tutti, quei tutti in pubblico continuano senza senso del ridicolo a scrivere che quel dettaglio è impossibile saperlo, perché se lo svelano poi gli crolla la costruzione drammaturgica cui sono assai più interessati di quanto importi loro di dare delle informazioni ai lettori. Il video avrà pure ucciso le star della radio, ma anche lo storytelling ai giornali non ha fatto benissimo.

Che gli scrittori anche raffinati non hanno, nell’esposizione orale, una dialettica sofisticatissima, per cui – se devono parlare di una delle intellettuali più stolide e più feticizzate (e quindi più interessanti) del nostro tempo – non trovano di meglio da notare che la di lei scarsa avvenenza. D’altra parte questa inadeguatezza dialettica non è una novità: era dieci anni fa quando Michela Murgia, dovendo stroncare Fabio Volo, non trovava di meglio da fare che dispiacersi per i poveri alberi sacrificati per stamparlo.