C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Che cosa abbia spinto Michele Mari, favorito della compagnia alla vittoria finale, a dire che Michela Murgia era «violenta perché brutta» e che faceva pagare agli altri la sua bruttezza, non è dato sapere. Forse il gusto della provocazione. Forse la voglia di vedere l’effetto che fa. E l’effetto, com’era prevedibile, è arrivato puntuale.

L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).