Bisogna pensare anche alle vittime, mica solo ai carnefici: mentre noi ci sollazzavamo con la turpe vicenda del furgone di Bisceglie, Stefano Petrocchi ha passato alcune settimane invero faticose, dovendosi barcamenare tra il bisogno di avere un premio Strega animato, e quello di non far fuggire i letterati che, di fronte all’ipotesi d’un autore processato sui giornali e punito nei voti per aver detto che qualcuna è una cessa, minacciavano di rinunciare al diritto di voto.

Certo, puoi tenerti poi uno Strega in cui non votano più gli italianisti ma votano quelle che fanno i caroselli su Instagram, uno Strega da polizia morale, uno Strega sempre più emulazione fallita di “Temptation Island”; programma in cui, mentre in Campidoglio si votava il libro dell’estate, Filippo Bisciglia redarguiva il porocristo che aveva osato dire «La mia Saretta» riferendosi alla fidanzata: «Non è di tua proprietà».

Riassunto provvisorio dei fatti. Lo Strega è alla sua ottantesima edizione, e quindi la finale ieri era in Campidoglio e non nella solita valle Giulia, quella parte di Roma con un clima da lidi ferraresi. Alla finale ci si doveva arrivare con la tranquillità di quasi sempre, senonché: la turpe vicenda.