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Natalia Distefano

Lo scrittore, che ha vinto l'edizione 2026 con 190 voti, ribadisce che lo scambio con Teresa Ciabatti, amica dell’autrice scomparsa, «era una conversazione privata. Sono stupito dalla lettura sessista delle mie parole»

Michele Mari, scrittore milanese e solitario, classe 1955, ha schivato per quasi cinquant’anni i meccanismi dei premi letterari («non fanno per me», ripeteva). Poi il salto, con la candidatura — e la vittoria — allo Strega 2026 per il suo «I convitati di pietra» (Einaudi), storia di un gruppo di ragazzi del Liceo Berchet di Milano (dove Mari si è diplomato) che siglano un macabro patto: versare una quota in denaro per ogni anno che passa, accumulando nel tempo una fortuna da spartirsi fra gli ultimi tre ex alunni sopravvissuti. Mari li segue dal 1975 al 2050, in un’epopea distopica raccontata con stile colto ma pragmatico, che non fa sconti alle emozioni.

Favorito della prima ora, è passato indenne nella bufera di indiscrezioni e polemiche esplosa intorno ad alcune parole offensive («Era intransigente e violenta perché brutta, sfogava così la sua rabbia») che lui avrebbe rivolto contro Michela Murgia (scrittrice morta nel 2023) a Teresa Ciabatti, altra finalista in gara. Una tempesta che non si vedeva da tempo allo Strega, riuscita a sollevare perfino l’ipotesi di un’esclusione dal concorso e a costringere la Fondazione Bellonci (che organizza il premio) a una irrituale presa di posizione: «L’esclusione non è consentita dal regolamento». Così, due giorni fa a Roma, con 190 voti ha trionfato nell’edizione degli ottant’anni del premio.