È anche troppo vero – rispose Gargantua – che la tonaca e la cocolla attirano ogni sorta di obbrobrio, ingiurie e maledizioni del mondo, così come quel vento chiamato Cecias attira le nubi. E la ragion perentoria è che essi mangiano la merda del mondo, cioè i peccati, e come masticamerda sono ricacciati nei loro covi, che sarebbero i loro conventi e monasteri, e separati da ogni civile consorzio come stan separati i cessi nelle case. Ma se poi pensate al perché una scimmia in una famiglia sia sempre punzecchiata e schernita, capirete perché i monaci sono respinti da tutti, vecchi e giovani: la scimmia non fa la guardia alla casa come il cane, non tira l’aratro come il bue, non produce né latte né lana come la pecora, non porta carichi come il cavallo: il suo mestiere è scacazzare e guastare dappertutto […] similmente un monaco (voglio dire i monaci fannulloni) non lavora la terra come un villano, non difende la patria come l’uomo di guerra, non guarisce i malati come il medico, non ammonisce né addottrina la gente come un buon predicatore evangelico o un pedagogo, non apporta cose necessarie comode al mondo come un mercante.
François Rabelais
Quello di critico letterario è stato un mestiere che ho abbandonato sul più bello, più di vent’anni fa; pare che lo sapessi fare, mi divertiva e mi garantiva un minimo sindacale di dignità. Ma chissà che nei miei romanzi, che da allora mi hanno assorbito quasi completamente, quel mestiere non sia stato proseguito con altri mezzi. Solo il filone ‘pasoliniano’ è continuato, un po’ per inerzia e un po’ per senso di responsabilità, non ci si libera così facilmente dell’etichetta di ‘esperto’. Così, avendo riunito qui i miei scritti non pasoliniani mai raccolti in volume, il primo rimpianto è proprio quello di aver dedicato tanto tempo lavorativo a uno scrittore come Pasolini, certo interessante e importante nel suo contesto ma non di primo rango, non un classico di quelli di cui non si può fare a meno.












