Sono ormai diversi i romanzi che tentano di descrivere l’epoca in cui viviamo e il presente con i suoi inediti, subitanei stravolgimenti in corso. Non è certo recente la diatriba tra chi accusa i racconti usciti negli ultimi anni di aver fatto poco i conti con i cambiamenti sociali, culturali e tecnologici odierni e chi invece, quasi assecondando l’impulso contrario, trasla la realtà e la colloca su un piano altro, parallelo. Sfociando spesso nella distopia, nella letteratura di genere, nella critica sociale.

In questo senso, Giorni futuri di Gabriella Dal Lago (Einaudi, pp. 288, euro 19,50) si iscriverebbe al filone di libri che del carattere di sospensione dell’attuale stato di cose ha cercato di fare un calco, scalzando i rischi da cui tentano di emanciparsi i componenti di ambo le categorie sopra citate: da una parte quello di rifiutare il nostro tempo, le sue idiosincrasie, i suoi effetti, dall’altra quello di esserne inglobati, risucchiati senza più riuscire a maturare sul suo conto uno sguardo obiettivo e capace di produrre giudizi, considerazioni, scarti.

SI CORRE NATURALMENTE su un crinale sottile: essendo questa un’età liquida, composta di non luoghi, all’interno della quale perfino gli stessi, suddetti cambiamenti stentano a imprimersi per poi già cominciare a svanire e a non lasciare traccia di sé, gli sforzi di fermarla, di tradurla in rappresentazioni risultano quanto mai scivolosi. Le azioni dell’esperienza sono cadute, avvertiva già Walter Benjamin alla fine della Prima guerra mondiale e il senso d’impermanenza a cui sono soggetti tutti i fenomeni, a partire da quelli collettivi, implica un’atmosfera di transizione, di passaggio permanenti. La durata delle cose non è più ipotecabile.