Alert. Questo pezzo non parlerà di scrittori suscettibili, delle polemiche sul Premio Strega, di recensioni che indignano gli autori e annoiano i lettori o, meglio (o peggio?) ancora dei post al vetriolo che nelle ultime settimane hanno animato il dibattito letterario e non. Diciamolo subito, così evitiamo equivoci. Qui non c’è alcun riferimento nascosto. Perché questo pezzo non parla di autori. Parla di una libreria. E di una scena che continua a tornarmi in mente. Sono i primi giorni d’estate. Entro in libreria con la vaga intenzione di comprare un romanzo che non sia - questa sì, concedetemela - l’ennesima storia di una famiglia di donne che, dopo infinite difficoltà, alla fine riesce a ricomporsi e a farcela. Giro tra gli scaffali, rimando la scelta, ascolto distrattamente quello che succede intorno. Una signora si avvicina al bancone. «Vorrei un libro. Però non troppo triste». La libraia comincia a suggerire qualche titolo. «No… pensavo a qualcosa di più leggero. Ma nemmeno troppo impegnativo». Pochi minuti dopo entra un ragazzo. «Vorrei un romanzo che non sia troppo lungo». Poi un uomo. «D’azione, ma non troppo violento». Un’altra cliente. «Basta che non faccia piangere». Nel giro di pochi minuti mi ritrovo immersa in una curiosa sfilata di richieste costruite tutte allo stesso modo. Non libri, piuttosto “non libri”. Libri definiti per sottrazione.
Quei libri come la vita scelti per evitare sorprese
Non solo romanzi, ma anche film che non sconvolgano, relazioni semplici: siamo sempre meno disponibili a lasciare il controllo









