Come si scrivono i libri? Come si leggono i libri? Come si conservano i libri? Come ci si posiziona dalla parte giusta rispetto ai libri? Ma soprattutto: a cosa servono i libri?
Ogni volta che si parla, tra gente che riceve libri in omaggio dalle case editrici, delle porcherie che ci arrivano e per le quali non abbiamo spazio in casa, io dico che butto nella raccolta della carta, e sempre sempre sempre c’è almeno un commensale che mi guarda inorridito: ma non puoi portarli alla biblioteca del carcere?
Certo che potrei, potrei tutto, anche avere un altro carattere, anche essere una persona diversa; invece sono una che – se li impila nell’ingresso dicendo «poi questi libri li porto in biblioteca», o al book crossing, o in una libreria dell’usato, o a casa di un amico con una passione per le porcherie che le case editrici ritengono mi interessino – sa che poi quei libri restano a prender polvere e spazio per anni.
Quello che inorridisce per il cassonetto è lo stesso tipo d’umano che non fa le orecchie alle pagine, che sottolinea a matita, che dice «era meglio il libro» quando esce dal cinema. È uno che di solito a cinquant’anni si ricorda non solo il voto di laurea ma pure quello di maturità, convinto che dicano qualcosa di lui (qualcosa di buono, di lui), come qualcosa di lusinghiero di lui dice il suo feticismo dell’oggetto-libro.









