Nella stessa settimana ci sono stati due “scandali” letterari legati all’intelligenza artificiale: le dichiarazioni di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura, sul fatto di aver usato l’Ia per scrivere il suo nuovo romanzo (sottolineo: non solo per ricerca, ma per creare contenuti, sviluppi e caratteristiche dei personaggi), e il caso Granta, prestigiosissima rivista letteraria britannica, che potrebbe aver premiato un (tremendo) racconto scritto interamente con Ia. Prezioso dettaglio: la redazione di Granta ha rilasciato una dichiarazione in cui spiega di aver chiesto a un chatbot se il racconto era scritto con Ia o no, e il chatbot ha detto sì. “Ho chiesto all’Ia se era Ia”: una storia talmente imbarazzante, da qualsiasi punto di vista, che il tutto è uno dei rarissimi casi in cui è appassionante leggere i commenti su internet. Se volete recuperare i particolari, andate a cercare l’articolo sull’Atlantic “This Literary AI Scandal Changes Everything”, di Vahini Vara, molto interessante anche per come spiega le problematiche legate all’uso degli Ia detector, cioè quegli strumenti che in teoria dovrebbero capire se un testo è prodotto interamente o parzialmente dall’Ia e che spesso sono inaffidabili. Una delle più importanti: se analizzi il testo di un autore con l’Ia, quel testo finirà nei database con cui l’Ia si addestra a scrivere in modo sempre più simile a quello umano, e quindi si violerà il diritto d’autore e si consegnerà un testo “innocente” o meno in pasto a ciò che in teoria si sta cercando di contrastare. La faccenda è talmente complessa che non si può esaurire in un solo numero di questa rubrica, e credo che continuerò il discorso nelle prossime settimane. In particolare, varrebbe la pena tornare sulle precise parole di Tokarczuk, che sono molto significative anche se, almeno per me che ho amato alcuni suoi libri, superficiali, deludenti e anche stupide nel tono: il suo discorso parte dal fatto che non è più conveniente (proprio dal punto di vista anche strettamente economico) scrivere libri lunghi e complessi che richiedono anni e fatica per un pubblico che non è più in grado di leggerli, che li rifiuta, che cerca la semplificazione, i riassuntini, le scappatoie. È, letteralmente, una capitolazione. Ma siamo proprio sicuri che consegnarci mani e piedi alla nuova “realtà”, alla stupidificazione del mondo, sia l’unica cosa che resti da fare?