Ho riletto ultimamente, dopo anni, Il libro del riso e dell’oblio di Milan Kundera. Nonostante tirar fuori questo “romanzo in forma di variazioni” così affascinante dagli scaffali della mia libreria mi sia apparso, mentre lo compivo, un gesto del tutto istintivo, via via che avanzavo di nuovo tra le sue pagine, restandone rapito, capivo che niente è casuale in questi casi.

Kundera venne espulso dal partito comunista cecoslovacco una prima volta nel 1950, quando aveva ventun anni, a causa di certe critiche mosse alla politica culturale del suo paese. Ne fu riammesso nel 1956. Nel 1968 sostenne la Primavera di Praga, ma dopo l’arrivo dei carri armati sovietici fu costretto a lasciare il suo posto di docente universitario, venne di nuovo espulso dal partito, fu ridotto a una condizione di progressiva marginalità (di fatto, vide il deserto intorno a sé allargarsi in modo sempre più mortifero), fino a quando, nel 1975, abbandonò il paese per trasferirsi in Francia, dove la sua libertà d’espressione venne pienamente garantita e i suoi meriti di scrittore riconosciuti.

Oltraggiati da una trattativa svilente ma non rinunciamo al nostro ruolo

«E io vagavo per le strade di Praga», scrive Kundera a un certo punto del libro, «intorno a me danzavano girotondi di cechi che ridevano e sapevo di non essere dalla loro parte, ma dalla parte di Kalandra, che si era staccato anche lui dalla traiettoria circolare ed era caduto, caduto per finire la sua caduta in una bara del carcere, ma pur non essendo dalla loro parte, li guardavo ugualmente danzare con invidia e nostalgia e non potevo staccare gli occhi da loro».