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"La vita è altrove" è il vero capolavoro del famosissimo scrittore ceco

Kundera, chi sarà mai costui? Cinquant'anni fa lo scrittore ceco è entrato così, in punta di piedi, nel mondo della letteratura italiana. Era l'alba del 1976, e nessuno aveva la minima idea di chi fosse quando la Mondadori pubblicò un suo libro dal titolo enigmatico, La vita è altrove (corredato dal sottotitolo un po' inquietante Ritratto del poeta come giovane spia). Pochi del resto avevano una qualche idea di come si vivesse sotto il cielo plumbeo del regime di Praga, e ancora più rari erano i critici. La gloria e la popolarità da noi avrebbero raggiunto Milan Kundera solo più tardi, nel 1985, quando una fortunata trasmissione televisiva avrebbe trasformato il successivo romanzo L'insostenibile leggerezza dell'essere in un tormentone vagamente demenziale (e tanto più accattivante per il grande pubblico).

Quel paradosso ha segnato in Italia, nel bene e nel male, il destino di Kundera: elevando all'improvviso l'ultimo titolo a best-seller e lui stesso ad autore di culto, facendo sì che fosse obbligatorio citarlo, anche senza averlo letto e compreso. Ma era bastato che Roberto D'Agostino lo citasse continuamente - e ironicamente - durante la trasmissione di Renzo Arbore Quelli della notte, perché la misteriosa e incomprensibile insostenibile leggerezza rivaleggiasse in popolarità con l'altrettanto allora ineludibile Il nome della rosa di Umberto Eco. Ma, a parte il successo commerciale di quella edizione Adelphi, il gioco televisivo si rivelò poi allo stesso tempo un giusto riconoscimento e un tradimento del pensiero di Kundera.