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Giulio Milani racconta lo scrittore e le sue opere, oltre i cliché in cui è stato rinchiuso
Ho da sempre avuto la sensazione leggendo i libri di Pier Vittorio Tondelli (1955 - 1991) di un Pasolini debole degli anni 80, un contestatore all'editoria dei soliti noti per poi essere costretto a farne parte. Inghiottito da un sistema culturale ed editoriale che si è sperticato in elogi sulla sua genialità per neutralizzarlo nell'unico modo che conosce: lo ha inglobato, neutralizzandolo.
Lo ha reso un santino pop, uno da leggere per forza per capire quegli anni 80, ritraendolo come un catechista punk che suona un assolo di chitarra elettrica per poi pentirsi cristianamente facendosi del male. Un'icona maledetta in odore di acqua santa, da vendere un tanto al chilo nei tascabili sino al colpo finale e ferale: far emergere più la sua vita di autore di culto da citare nei salotti radical flop, quelli degli intellettuali autoproclamati. Quelli che hanno dismesso l'impegno che richiedeva Pasolini per il disimpegno da tinello in "camere separate" (che è anche il titolo di un suo romanzo).






