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Nei racconti dello scrittore braccato da Stalin la corruzione e la violenza del sistema sovietico

Da sempre mi affascinano i libri di piccole dimensioni, quelli che davvero uno può portarsi appresso agevolmente e aprire in qualsiasi momento.

Anni senza perdono (Edizioni Paginauno, traduzione di Giò Sandri, pagg. 139, euro 12) raccoglie due racconti di Victor Serge, Il vicolo San Barnaba e L'ospedale di Leningrado. Serge al secolo Viktor L'vovich Kibal´chich nacque a Bruxelles nel 1890 da genitori russi che si erano trasferiti a Bruxelles da San Pietroburgo a causa delle loro idee politiche invise agli zar. Come avrebbe scritto lo stesso Serge in quella che resta la sua opera più celebre, Memorie di un rivoluzionario (1901-1941), pubblicato per la prima volta nel 1951, "se, a dodici anni, mi avessero chiesto: che cos'è la vita? Avrei risposto: non lo so, ma vedo che vuol dire tu penserai, tu lotterai, tu avrai fame". Un imprinting rivoluzionario, insomma, che lo portò ad aderire a movimenti anarchici, prima, e al bolscevismo, poi, da cui però fu uno dei primi grandi intellettuali a prendere platealmente le distanze, avvicinandosi alle posizioni di Trockij e finendo arrestato ed espulso dall'Unione Sovietica. Nei due racconti contenuti in Anni senza perdono non si fa certo fatica a individuare la feroce critica di Serge nei confronti del regime, messo platealmente alla berlina ne Il vicolo San Barnaba (apparso per la prima volta nel 1931), la storia di una vecchia signora che tutti i coinquilini ritengono in punto di morte: la stanza che occupa in una sorta di appartamento comune sarà presto libera e le miserie umane di chi non aspetta altro che possa esalare l'ultimo respiro per allargare il proprio spazio vitale fanno il paio con le storture di un sistema inefficiente, segnato dalla corruzione.