Due mondi, e io vengo dall’altro...». Così Cristina Campo definisce se stessa nel modo più esaustivo. E proprio da questi versi di Diario bizantino prende le mosse il libro del docente di estetica Aldo Marroni, Cristina Campo l’ambasciatrice mondana di regni non mondani (Mimesis), nel quale si indaga la scrittura come rito che tanto ha caratterizzato questa figura trascurata del Novecento italiano. Per Cristina Campo la poesia va intesa come liturgia e perfezione in grado di «rivelare il sapore massimo di ogni parola». Interessante la connessione che l’autore compie con quanto affermato dalla filosofia di Nietzsche: «La grandezza di un artista non si misura dai bei sentimenti che egli suscita. Lo credano pure le donnette. Bensì dal grado in cui si avvicina al grande stile, dal grado in cui è capace del grande stile».

METICOLOSA «D Per questa appartata poetessa anche la malattia, nell’interpretazione di Aldo Marroni, è sprone alla creatività che, anziché indurre a inerzia depressiva, amplifica le facoltà percettive dell’anima. Di qui l’interesse per i grandi mistici come Meister Eckart e Angela da Foligno. Ma è soprattutto nella paziente opera di cesellare la parola e la scrittura che Cristina Campo fa dono di sé. Fu meticolosa e assidua nel curare lo stile, la ricerca della perfezione, l’attenzione per il simbolo, per tutto un immaginario, dunque, che la trascinava lontano dal quotidiano, dalla corruzione continua che il tempo opera sulle cose e sugli uomini (di qui anche i suoi studi sulle categorie della fiaba). Amava ciò che è piccolo, ha scritto di lei Pietro Citati, e «aveva un senso sovrano del limite, del confine, lei così smisurata nell’animo». Forse per questo non scrisse mai romanzi ma solo brevi poesie. Non a caso la sua personalità è stata accostata a quella di un’altra filosofa inquieta e visionaria, Simone Weil. Era nata a Bologna ma la sua formazione si svolse a Firenze. E il suo viso sembrava quello di «una statua toscana quattrocentesca». Gli anni del suo soggiorno fiorentino la fecero entrare in una rete di relazioni intellettuali che ne affinarono l’ingegno (Mario Luzi, Maria Zambrano, Leone Traverso, Gabriella Bemporad). Il periodo romano, dal 1956 in poi, coincise invece con l’aggravarsi della sua malattia cardiaca che la rese sempre più fragile. Ma anche consapevole, sottolinea Marroni, di essere stata scelta per una missione che ha bisogno di passare attraverso la sofferenza: «Solo così il mistero si scioglierà nella grazia, vale a dire nella rinnovata forza di trovare la parola “abscondita” e a essa votarsi con ani ma e corpo».