Mi ricordo ancora quel pomeriggio denso di silenzio e appunti, chino sui testi per l’esame di Antropologia Culturale. Tra la pila disordinata di quei testi, uno in particolare lasciò il segno: “La fine del mondo” di Ernesto de Martino. Anche se già il titolo sollevava qualche inquietudine, fu l’episodio in cui fu coinvolto un vecchio pastore calabrese – dapprima spaesato e perso e infine ripresosi grazie alla vista del campanile di Marcellinara – a imprimersi con la forza di un’immagine simbolica. Il campanile, sembra ipotizzare Ernesto de Martino, non è solo un punto di riferimento geografico. È un’ancora di realtà, un segno tangibile che riattiva la memoria, l’identità, l’essere. Quel pastore, in balia dello smarrimento percettivo, torna a esistere nel momento in cui riconosce il profilo familiare della propria terra. Ma ciò che più mi fece riflettere fu l’inquietudine contraria: cosa accade a chi sceglie di non guardare più il campanile?
Per molti, i punti di riferimento tradizionali – religiosi, culturali – sono i loro campanili. Ma siamo davvero certi che continuare a fissarli sia l’unica via per non smarrirsi? O forse è proprio nell’allontanarsi che si apre la possibilità di comprendere più a fondo chi siamo, e dare così senso alla nostra vita? Quel giorno, tra righe accademiche e margini sottolineati, compresi che la cultura non è solo trasmissione: è scelta. E scegliere, talvolta, significa sfidare l’autorità del consueto. Significa avere il coraggio di mettere in discussione il già noto. Coraggio di esplorare, anche quando ciò comporta l’abbandono dell’ombra rassicurante dei nostri campanili interiori. La verità non si rivela a chi resta immobile. Occorre il passo incerto, la fatica del dubbio, lo slancio di chi sa che ogni ricerca è un atto di libertà. Anche quando fa paura. Anche quando, nel silenzio di un luogo deserto, ci accorgiamo che il campanile... è scomparso. Ed è proprio in quel vuoto che qualcosa può accadere.






