Osannati, studiati e imparati a memoria, prima di diventare testi sacri- l’ossatura della nostra identità culturale nazionale - anche i classici della letteratura hanno vissuto i loro tormenti. Pagine attraversate da cancellature furiose, parole riscritte, frasi spostate, limate e negate, andando alla ricerca della perfezione, ribadendo la lezione più importante: l’arte può sconfiggere il tempo e la mortalità della carne. Del resto, un capolavoro ispirerà poeti, donerà la parola agli innamorati, verrà studiato sui banchi, tatuato sulla carne viva, riscritto all’infinito; noi, fatalmente, tendiamo a considerarli immobili e perfetti, ecco perché è così emozionante riscoprirne il travaglio della loro creazione.

Ciclicamente, ci si interroga sul valore della letteratura, sulla sua forza intrinseca provando a scardinare tutto, esaltando la velocità del digitale contro la caducità della carta e la sua effimera bellezza ma sono chiacchiere che scompaiono quando possiamo ammirare il codice su cui Boccaccio copiò il suo Decameron, i fogli su cui Ariosto compose gli ultimi canti dell’Orlando furioso, il quaderno su cui Leopardi lavorò alle Operette morali e quel taccuino da tasca su cui Montale annotò, con una biro, un verso dopo l’altro, Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale. Abbiamo potuto visionare in anteprima i materiali, dalla Grammatichetta di Leon Battista Alberti alle pagine del celebre Dialogo sui massimi sistemi di Galileo Galilei, e si rimane abbagliati da tanta bellezza, dall’estro del gesto. È viva l’emozione provata dinanzi alla pagina autografa di Uno, nessuno, centomila di Luigi Pirandello e al manoscritto di Carlo Emilio Gadda, intuendolo come campo di battaglia, con il pensiero che esplode sulla pagina, deflagrando fra correzioni e cancellature; si avverte tutto il lavorio della prima pagina autografa de I Malavoglia di Giovanni Verga e le riscritture ostinate di Alessandro Manzoni, inseguendo una lingua giusta, necessaria, condivisibile e destinata a diventare sacra, unica, immortale.